All’OJ Festival con “Un orsacchiotto con le batterie”: letture e parole sul depistaggio della strage di Via D’Amelio.

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Ventidue anni dopo quel drammatico 19 Luglio 1992, le voci di:

Milo Lannaioli
Laura Pieri
Stefano Cennerazzo

raccontano il depistaggio sulla strage di Via D’Amelio attraverso le parole del romanzo:

“Un orsacchiotto con le batterie”
di Elena Invernizzi e Paolocci Stefano

Vasanello (VT)
19 Luglio 2014 – ore 19 – Piazza della Libertà


Paolo Borsellino viene assassinato con al sua scorta alle ore 17 del 19 Luglio
del 1992: 100 Kg. di tritolo riducono la palermitana Via D’Amelio in un
ammasso fumante di detriti e impenetrabile fumo.
Per i successivi venti anni, le stesse macerie e la medesima cortina hanno
avvolto l’Italia civile e democratica, lasciando che la verità sulla strage venisse
sepolta.

Elena Invernizzi e Stefano Paolocci, autori del romanzo “Un orsacchiotto con
le batterie. Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio” proveranno a parlarne
durante l’Aperi-Jazz dell’Ortaccio Jazz Festival, sabato 19 Luglio 2014,
alle ore 19, in Piazza della Libertà a Vasanello (VT).
Per info o contatti:
https://it-it.facebook.com/pages/Cooltura-20/585119014895300
tel. 3313119911 – mail: info@ojfestival.it

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Presentazione dei libri “Un orsacchiotto con le batterie” e “La variante Moro” a Vasanello.

Venerdì 7 giugno alle ore 21:15 siete tutti invitati al dibattito “L’Italia delle stragi. Raccontare via Fani e via D’Amelio” in cui verranno presentati i libri “Un orsacchiotto con le batterie” e “La variante Moro” (Ed. Round Robin) presso la Biblioteca Comunale “Elisabetta Froio” in via San Salvatore 19, Vasanello (VT).

Saranno presenti gli autori Stefano Paolocci ed Elena Invernizzi. Modera Maggiolino Fuccellara.

Vi aspettiamo!

locandina

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L’Italia delle stragi. Presentazione dei libri “Un orsacchiotto con le batterie” e “La variante Moro” a Bresso.

Sabato 2 marzo alle ore 16:00 siete tutti invitati al dibattito “L’Italia delle stragi. Raccontare via Fani, via D’Amelio, piazza Fontana” in cui verranno presentati i libri “Un orsacchiotto con le batterie” e “La variante Moro” (Ed. Round Robin) presso la Sala Consiliare del Comune di Bresso in via Roma 25.

Sarà presente, insieme al sindaco di Bresso Fortunato Zinni e agli autori Elena Invernizzi e Stefano Paolocci, Giuseppe Nava del quotidiano Il Giorno.

Vi aspettiamo!

L'Italia delle Stragi

Un orsacchiotto con le batterie.
Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio.

Palermo, domenica pomeriggio, cento secondi alle cinque: il sismografo dell’osservatorio geofisico ha un sussulto, mentre fuori già si alza una lama di fumo nero.
Vent’anni dopo, un uomo guarda la sua città dalla finestra, assaporando l’aroma persistente di una sigaretta. Sulla scrivania il minuzioso lavoro di ricostruzione che sta portando a termine: la mappa di un depistaggio lungo due decenni attorno alla strage di via D’Amelio.
In un gioco di pesi e contrappesi saranno le voci dei pentiti a dominare la scena: quella dell’”orsacchiotto con le batterie” Vincenzo Scarantino in primis, sulle cui dichiarazioni verranno istruiti i processi; e quella di Gaspare Spatuzza poi, il collaboratore che ha rimesso in discussione le sicurezze acquisite in tanti anni di indagine.
Una ricerca di verità e giustizia che condurrà il protagonista a muoversi tra mille piste e sentieri intricati, sino a culminare in un incontro che, alla fine, gli regalerà una nuova prospettiva sulla strage, aiutandolo a mitigare il senso di sconcerto e impotenza.

La Variante Moro.
Tra via Fani e il Plan Cóndor.
Due giocatori si contendono, con una partita a scacchi, il loro segreto. Ogni volta che uno dei due mangia un pezzo all’avversario, l’altro deve raccontare una storia. Il Bianco è un avventuriero, un reduce della Legione straniera con un passato al servizio delle dittature del Sud America. Il Nero è un uomo dai modi sfuggenti e dai trascorsi oscuri. Se il Bianco ripercorre gli anni del Plan Cóndor, l’operazione voluta dagli Stati Uniti in Sud America tra gli anni Settanta e iprimi anni Ottanta per contrastare l’avanzata della sinistra nel Cono Sur, il Nero ritorna quasi ossessivamente alla mattina del 16 marzo 1978, ai momenti precedenti all’agguato di via Fani in cui venne rapito l’onorevole Aldo Moro e sterminata la sua scorta dalle Brigate rosse. Due narrazioni che procedono parallele fino a trovare il loro punto di convergenza e cominciare a diradare la fitta nebbia che avvolge i due protagonisti e l’intera vicenda di via Fani.
http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731605

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MAXI + 25 ANATOMIA DI UN PROCESSO

a1986eLa chiusura ideale dell’anno della legalità, celebrato su Rai Storia, è una serie in due puntate sul maxi processo di Palermo, a 25 anni dalla storica sentenza di primo grado che condannò centinaia di uomini d’onore e svelò all’Italia i segreti della mafia siciliana.

In due puntate da 50’, “Maxi+25” racconterà la genesi del processo, con l’istruttoria firmata da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e dagli altri giudici del pool antimafia, e il delicato percorso che portò nell’aula bunker di Palermo, appositamente costruita, ben 475 imputati. “Giovanni Falcone – racconta il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, giudice a latere nel maxi processo – si impose perché il dibattimento si svolgesse a Palermo, rifiutando la proposta di spostarlo a Roma. <<Questo processo è stato istruito dai giudici palermitani – sosteneva Falcone – e devono essere i giudici palermitani a processare la mafia>>”.

Prima dell’inizio del dibattimento, il 10 febbraio 1986, della mafia si conosceva ancora poco. Saranno soprattutto i pentiti protagonisti del processo a svelare segreti e retroscena dell’organizzazione, a cominciare dal nome: Cosa Nostra. Su tutti, Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, due uomini d’onore usciti sconfitti dalla seconda guerra di mafia, e ai quali i Corleonesi, le famiglie mafiose vincenti, avevano ucciso parenti e amici. Dalle loro testimonianze in aula, che all’interno di “Maxi + 25” verranno riproposte nei momenti più importanti, emergeranno le prove decisive per incastrare Pippò Calò, Michele Greco, Luciano Liggio, i grandi padrini finalmente alla sbarra, o uomini come Bernardo Provenzano e Totò Riina, condannati all’ergastolo benché latitanti. “La soddisfazione di vedere la mafia in faccia – ricorda il giudice Giuseppe Ayala – era pari al senso di responsabilità per il compito a cui eravamo stati chiamati”.

Il racconto delle principali udienze e dei passaggi salienti del dibattimento si intreccerà ai ricordi e alle testimonianze dei protagonisti. Tra questi, l’attuale Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, giudice a latere e memoria storica del processo, il Presidente della Corte, Alfonso Giordano, il giudice Giuseppe Ayala, pm dell’accusa; ma anche giornalisti, avvocati, giudici popolari, Leoluca Orlando, sindaco di Palermo in quegli anni, e il Capo della Polizia Antonio Manganelli, ex vicecapo del Nucleo Anticrimine, che si occupò della gestione della collaborazione di Buscetta.

“Maxi + 25” porterà il racconto nell’aula bunker, l’astronave verde, come venne definita all’epoca dai palermitani. Tra i momenti più toccanti, il confronto faccia a faccia tra Pippò Calò e Tommaso Buscetta, definito dal Presidente Giordano “teatro giudiziario”. “Fu lì – ricorda Ayala – che capii che il processo non lo potevamo perdere”. Fino alla descrizione delle “camere della morte” da parte del pentito Vincenzo Sinagra, definito “un mattatoio”, da Mario Lombardo, membro della giuria popolare. E poi, le testimonianze delle parti civili, le madri e le vedove di mafia, che restituirono un’atmosfera drammatica e toccante all’intero processo. “L’Italia e il mondo guardavano Palermo, l’aula, la Corte”, ricorda Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo..

Un percorso narrativo che permetterà di raccontare il “maxi”, quel processo che il Procuratore Grasso ha definito “mostro processuale”, come spartiacque della storia siciliana, come anno zero della lotta alla mafia, e come primo avvenimento giudiziario divenuto evento televisivo. Un’esperienza che ha cambiato le vite di chi ne ha preso parte, e che ha profondamente segnato, lungo i suoi due anni di dibattimento, un’epoca della storia della mafia e della vita di Palermo.

Palermo, infatti, sarà il filo conduttore che porterà il racconto di “Maxi + 25” fino ai giorni nostri, cercando di capire cosa resta del maxi processo a 25 anni di distanza. “Palermo è sicuramente cambiata – spiega Leoluca Orlando – nessuno tace rispetto alla parola mafia, ma e’anche vero che la mafia e’ cambiata in una città che per troppi anni si e’ fatta palude”.

Un viaggio di attualizzazione che sarà un’analisi con chi la mafia la vive e la racconta oggi, nella Palermo del 2012, come il giovane cronista Giuseppe Pipitone, nato proprio 25 anni fa, nel 1987, durante il maxi processo, giornalisti come Francesco La Licata, Enrico Bellavia e Giuseppe Lo Bianco, gran conoscitori dei fenomeni mafiosi, o come Salvatore Cusumano, per anni volto di punta dell’informazione della Rai in Sicilia.

“La camera di consiglio che preluse alla sentenza del 16 dicembre 1987, fu la più lunga a memoria d’uomo”, racconta il Procuratore Grasso, che ricorda i momenti più importanti di quei giorni di “clausura”. Oggi i protagonisti scelgono di racchiudere il maxi processo nei suoi “mostruosi” numeri: 22 mesi di dibattimento, 349 udienze, 474 imputati, 8000 pagine di verbale, 1314 interrogatori., 635 arringhe difensive, 900 testimoni, 200 avvocati penalisti, 600 giornalisti arrivati da tutto il mondo. Ma soprattutto 19 ergastoli e 2665 anni di carcere per i principali boss di Cosa Nostra.

“E’ il punto di non ritorno della storia della lotta a Cosa Nostra”, spiega il giudice Ayala.
“Sono passati 25 anni da sentenza e devo dire che è stata esperienza fondamentale della mia vita. Ho convinzione di avere fatto il mio dovere”, commenta il Presidente Giordano. “Finalmente – aggiunge il Procuratore Grasso – il mondo vedeva la mafia dietro le sbarre, e avrebbe visto condannati centinaia di mafiosi. L’impegno dello Stato, il sacrificio di tanti uomini, e il lavoro del pool di Falcone e Borsellino trovavano un riconoscimento giudiziario e una consacrazione alla storia”

In onda su Rai Storia alle 23 del 16 e del 23 Dicembre

[tratto da Rai Storia]

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Vi aspettiamo alla libreria “Il Gorilla e l’Alligatore”

 

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Tecniche di urlo

Il solito, lucido e ficcante commento di Roberto Galullo:

” […] perché molte forze politiche e una buona parte della classe dirigente (locale e no) si sono affrettate ad attaccare la decisione di sciogliere il consiglio comunale e a difendere l’indifendibile?

Ebbene il perché è molto semplice. Di una banalità sconcertante: uno scioglimento di questo tipo  – ad opera, non dimentichiamolo, della magistratura con le indagini su consiglieri e municipalizzate – rompe il patto tra politica e ‘ndrangheta. Lo scioglimento serve proprio a questo: recidere il cordone ombelicale tra mafie e politica. Tutto questo – si badi bene – ai danni di quella borghesia mafiosa, che governa Reggio, la Calabria.

Dunque non è assolutamente vero, come qualcuno ha sostenuto, che lo scioglimento è il frutto – oltre che della stampa brutta, sporca, cattiva e inevitabilmente comunista – della volontà espressa da una borghesia mafiosa. E’ vero esattamente il contrario: quella cupola fatta di poteri deviati e marci non può assolutamente tollerare che l’amministrazione e il governo di un ente locale – di qualunque colore essa sia – venga interrotta. Soldi, troppi soldi piovono su Reggio: se si commissaria la città, la città stessa morirà di fame.

[…]

Solo ed esclusivamente per questo motivo c’è stata qualche forza politica che, nel mazzo dei difensori della presunta sacralità reggina, ha urlato più forte delle altre. Per mandare un messaggio a quella borghesia mafiosa che governa la Calabria e non solo: “Bboni, state bboni. Calmi, state calmi, stiamo calmi. Rimettiamoci insieme al lavoro: Reggio non può essere che nostra. Il patto poltica-‘ndrangheta sarà ricostituito”.

Ha bisogno di urlarlo pubblicamente. Privatamente non basta, perchè senza l’avallo popolare nelle urne, della parte cieca, connivente o collusa di quella Reggio che del patto vive e si alimenta, quello stesso patto sarebbe poca cosa. E badate che il colore politico non conta.

[Tratto dal blog Guardie o ladri di Roberto Galullo – “OltReggio contiguo/3 – Lo scioglimento spezza il patto tra mafia e politica: la cupola criminale alzerà il tiro sulla magistratura”]

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Domanda e risposta in due battute

Il sostituto procuratore della Dda di Napoli, Giovanni Conzo, si pone una domanda la cui risposta è proprio fra le premesse del suo accorato post.

La collaborazione con la giustizia è lo strumento principale, insieme alla intercettazioni, per dare un nome ed espellere dal Parlamento e dai Comune Italiani quei politici che hanno accettato i voti della camorra, a seguito di uno scellerato patto con il quale si impegnavano, in cambio dei voti a far vincere gli appalti o far aver finanziamenti a imprenditori prescelti ed indicati dai camorristi .

[…]

Ci viene detto, ad esempio, che non ci sono soldi e dunque dobbiamo restringere in numero dei collaboratori. Ci viene detto che le carceri non sono sufficienti per garantire l’applicazione del regime del carcere duro a pericolosi boss o ad imprenditori collusi.

Mi chiedo perché. Mi domando a chi giovi.

“Lasciateci continuare il lavoro coi pentiti di camorra” di Giovanni Conzo tratto da Huffington Post

Qui sotto Giovanni Conzo lo scorso 20 Marzo al “Premio Agenda Rossa” assieme a Pippo Giordano e Marilena Natale

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