Recensioni

Le recensioni di Antimafiaduemila: “Un Orsacchiotto con le batterie. Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio”

Elena Invernizzi e Stefano Paolocci, autori del libro “Un orsacchiotto con le batterie. Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio” pubblicato dall’editore Round Robin, hanno ripercorso ciò che è accaduto prima e dopo il tragico evento di via D’Amelio, attraverso gli atti e i verbali delle numerose interrogazioni e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia coinvolti nella strage. La voce narrante è un magistrato siciliano che vive tra Procura e Tribunale, le carte da studiare e approfondire sono quelle all’interno del suo appartamento in un condominio, da dove osserva la vita dei vicini senza particolare interesse. All’uomo, che ogni mattina incontra Gianni il portiere intento a correre dietro al figlio che dimentica la merenda, che cerca di abbellire il proprio balcone seguendo i consigli della mamma per far germogliare le piante, che fuma ininterrottamente le sigarette mentre osserva lo splendido panorama della sua città, è affidato il racconto di quegli anni interpretati dai pentiti, come Vincenzo Scarantino, che il 24 maggio del 1995 conferma nell’aula bunker di Rebibbia: “Sono colpevole e ho deciso di dire tutta la verità sulla strage […] Sono stato un orsacchiotto con le batterie e costretto a prendere in giro lo Stato con le minacce”.
Il magistrato che racconta è consapevole di quanto sia difficile per un mafioso uscire allo scoperto, “c’è chi lo fa per avere un tornaconto e chi per calcolo magari sbagliato. Alcuni non rinnegano affatto il loro antico codice d’onore mentre altri si pentono davvero trovando la luce fuori dalla caverna”. Nei ventisei capitoli del testo è descritta una realtà complessa e più fantasiosa di un romanzo giallo dove a muovere le pedine di una scacchiera sono i boss come Totò Riina detto “u curtu”, che nella riunione dei primi di luglio nella villa di Calascibetta dove si stabilirono le dinamiche dell’attentato al giudice Paolo Borsellino dichiarava: “Chistu Borsellino fa cchiù danni che Falcone a Roma”, per poi ricevere l’appoggio da parte di Francesco Messina Denaro, boss di Castelvetrano, padre di Matteo detto “Diabolik”, che sentenziò: “Di Borsellino non deve rimanere niente, neanche le sue idee, deve andare nel dimenticatoio, deve morire e basta!”.
La morte dei due giudici siciliani ha aperto un importante capitolo di storia, e ancora si tenta di sbrogliare la matassa di una fitta trattativa tra Stato e Mafia. Gli uomini che hanno deciso di parlare, nonostante siano ritenuti degli “infami”, rappresentano i pezzi di un puzzle che si ricostruisce grazie allo sforzo di tanti “uomini giusti” come lo erano Falcone e Borsellino, ma che non si riesce mai a completare definitivamente. Cumuli di bugie riempiono i processi dove i collaboratori di giustizia “sono come su un palco di teatro: ripetono ribadiscono replicano confermano oppure contraddicono eccepiscono contestano dubitano […] è curioso come si possa affidare tanta responsabilità alle “propalazioni” di un solo individuo”.
Dietro ad un paravento da corsia d’ospedale hanno raccontato ciò che sapevano Fabio Tranchina, “capello fermo”, Gaspare Spatuzza, “u tignusu”, Salvatore Candura “Raskolnikov”, Vincenzo Calcara “uomo d’onore riservato del clan di Castelvetrano”, Giuseppe Mutulo, “baruni” oppure “mister champagne”, Massimo Ciancimino che parla di suo padre, l’ex sindaco di Palermo, e molti altri che furono protagonisti di quell’esplosione che il 19 luglio del 1992 squassò Palermo e tutta l’Italia civile. Paolo Borsellino era sempre stato consapevole del rischio che correva: lo ribadì pochi giorni prima quando, il 25 giugno, tenne il suo ultimo intervento pubblico dichiarando che c’erano stati tentativi seri per smantellare il pool antimafia fondato dal giudice Rocco Chinnici, ucciso nel 1983 dalla mafia e sostituito poi da Antonino Caponnetto, che confermò come collaboratori del pool Falcone, Borsellino, Di Lillo e Guarnotta.
Il magistrato spiega nelle 285 pagine del bel libro di come si sia sforzato di comprendere cosa scatta nell’animo di un assassino ed è per questo che nel suo lavoro è indispensabile discernere la menzogna dalla verità perché si tratta di una storia “di intrecci mai banali, di incredibili coincidenze [ …]ricca di anomalie, di innocenti finiti in galera e di colpevoli a piede libero. Magari è una storia dal nulla magari invece no”. È una storia studiata all’interno delle stanze del castello di Utveggio, da dove i mafiosi osservavano con un potente cannocchiale Borsellino e la sua famiglia. È da quel castello delle fiabe che si osservano i luoghi palermitani: capo Zafferano, la spiaggia di Mondello, Villagrazia di Carini,il vecchio porto di Hikkara, la torre della Monaca, il colle di Bellolampo, la Conca d’Oro di Palermo, il punto di Sferracavallu, la Resuttana, il Monte Pellegrino, per poi arrivare alle vie che hanno nascosto il segreto della strage, da via Messina Marine, dove si trovava l’autofficina che ha custodito la Fiat 126 poi riempita di tritolo, a Corso dei Mille, zona gestita da uno dei clan coinvolti nell’attentato. Secondo il magistrato le due vie “rappresentano l’anima di Palermo protesa agli orizzonti aperti del Mediterraneo e al contempo prigioniera della speculazione edilizia che negli anni di Vito Ciancimino ne ha fatto scempio e delle lotte fratricide della mafia”.
Il libro nelle ultime pagine ricostruisce l’ultimo giorno di vita di Paolo Borsellino, iniziato molto presto, come era suo solito fare. Quella mattina dedicò il suo tempo a rispondere alle domande inviate dalla preside di una scuola di Padova alla quale scrive: “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanta io e la mia generazione ne abbiamo avuta”. Mentre era intento a completare l’intervista ricevette la telefonata della figlia Fiammetta che si trovava in vacanza all’estero, per quello che fu l’ultimo saluto, mentre l’ultimo insegnamento lo rivolse alla figlia Lucia, indecisa se affrontare l’esame universitario perché in arretrato con lo studio: “Non è importante il voto ma fare il proprio dovere e portarlo fino in fondo”. Proprio come ha fatto lui nella sua vita, diventando un esempio di giustizia in uno Stato che, più che essergli riconoscente, sembra averlo solo tradito.
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La storia in un istante. Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio

di Elisa Latella

Un orsacchiotto con le batterie” è un titolo innocente, sembrerebbe quello di un libro per bambini. Se non fosse per la riga in corsivo che si legge subito dopo sulla copertina del libro: “Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio”.

Scritto a quattro mani da Elena Invernizzi e Stefano Paolocci, a distanza di vent’anni dalla strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta, il testo ha davanti a sé una bella sfida. Sono state tantissime infatti le pubblicazioni sull’argomento in questi vent’anni; eppure “Un orsacchiotto con le batterie” riesce a dire comunque qualcosa di nuovo, raccontando i fatti da punti di vista diversi, attraverso flashback e dando voce a diversi io narranti.

E’ la storia di un istante, quello in cui all’istituto geosismico di Palermo alle ore sedici, cinquantotto minuti e venti secondi del 19 luglio 1992, il pennino riempie di inchiostro nero la carta quadrettata del sismogramma, mentre un sussulto assordante scuote il capoluogo, la Sicilia, l’Italia.

L’istante in cui si consuma la strage.

Un istante con cui si apre e si chiude il libro, che racconta di come vent’anni dopo, un uomo guarda la sua città dalla finestra, fumando una sigaretta. Sulla scrivania il minuzioso lavoro di ricostruzione che sta portando a termine: la mappa di un depistaggio lungo due decenni attorno alla strage di via D’Amelio, fatto di confronti tra voci dei pentiti. Voci che però ora non hanno alcun suono, sono voci scritte nei verbali da leggere e rileggere, per trovare contraddizioni e passi falsi.

E’ Vincenzo Scarantino che parla attraverso i verbali: “I verbala sono sessantacinquemila ed in ogni verbala io faceva dichiarazioni diverse… signor presidente mi permetta di dire queste cose ai parenti delle vittime, di sperare sempre ai colpevoli. Non vi convincete che i colpevoli sono quelli che io accuso. Non lo so, io quelli che accuso li accuso falsamente.” E ancora: “Sono stato usato come un orsacchiotto con le batterie e costretto a prendere in giro lo Stato con le minacce”. Scarantino si autoaccusa di essere una delle menti delle strage, ma già da subito questa auto-accusa appare strana, viste certe particolarità del passato del personaggio.

Ma com’è possibile che questo inganno sia durato così tanto?

Su quelle dichiarazioni contraddittorie verranno istruiti i processi; su quelle del collaboratore Gaspare Spatuzza verranno rimesse in discussione le sicurezze acquisite in tanti anni di indagine. Una ricerca di verità e giustizia che condurrà il protagonista ( il “Dottore”, come lo chiamano gli altri personaggi) a muoversi in strade intricate fin all’incontro finale che mitiga il senso di sconcerto e impotenza e dà atto almeno
della sua volontà di “guardare lontano”. I documenti giuridici, e ormai storici, alla base del libro, si intrecciano ai ricordi personali, già resi noti attraverso l’ampia produzione libraria e
cinematografica sulla figura del giudice Paolo Borsellino: la lettera di risposta alla professoressa di Padova, l’incoraggiamento alla figlia Lucia, impaurita dall’esame in farmacia che sosterrà poi coraggiosamente due giorni dopo la strage, la telefonata della
figlia piccola Fiammetta, dalla Thailandia, che riuscirà a rientrare solo dopo la strage in Italia.

Eppure, nonostante sia stato scritto tanto sulla strage di via D’Amelio, l’opera di Elena Invernizzi e Stefano Paolocci si caratterizza per essere diversa.

Diversa nella struttura, negli spunti di riflessione che offre, nei perché che solleva.

Diversa per i punti di osservazione che propone: dall’istituto geosismico al castello Utveggie, quel castello da cui qualcuno gode un’ottima visuale del massacro. Come se fosse uno spettacolo teatrale. Prima che cali il sipario sulla tragedia, qualcuno poi fa sparire un oggetto dal palcoscenico. E’ l’agenda rossa di Paolo Borsellino, quella in cui lui annotava i dettagli importanti, quella grazie alla quale tante contraddizioni forse non avrebbero avuto un soffio di credibilità.
La fonte attendibile che è mancata e che avrebbe aiutato a scrivere negli ultimi vent’anni una Storia diversa.

di Elisa Latella da “Conquiste del lavoro” – Quotidiano della CISL del 20 Ottobre 2012 ____________________________________________________________________________________________________________________

Un orsacchiotto con le batterie. Il libro pubblicato da Round Robin Editrice ricostruisce il depistaggio delle indagini sull’attentato al magistrato Paolo Borsellino

di Paola Bisconti

Un’antica leggenda narra che tre fanciulle furono mandate alla deriva sull’isola delle Femmine, e dopo sette anni di segregazione furono riportate sulla costa dalle famiglie pentite per averle punite così duramente. Qui fondarono, in segno di riconciliazione, la città di Capaci, che infatti vuol dire “qui la pace”… ma le stragi del 1992 hanno segnato la fine di una tranquillità solo apparente, perché in realtà da tempo Cosa Nostra aveva piantato qui le sue radici. La storia dei magistrati, nonché amici, Falcone e Borsellino, che hanno vissuto nello stesso quartiere della Kalsa, è accomunata dalla medesima fine: una tragica morte provocata dalle bombe, un nuovo metodo che ha sostituito i colpi di lupara e pistole, una tecnica importata direttamente dall’inferno di Beirut degli anni ’70. A distanza di vent’anni ci si interroga ancora su quanto può essere stato utile il sacrificio dei due giudici se ancora non è cambiata la mentalità della gente, di chi crede per esempio che la mafia non esista.

Elena Invernizzi e Stefano Paolocci, autori del libro “Un orsacchiotto con le batterie. Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio” pubblicato dall’editore Round Robin, hanno ripercorso ciò che è accaduto prima e dopo il tragico evento di via D’Amelio, attraverso gli atti e i verbali delle numerose interrogazioni e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia coinvolti nella strage. La voce narrante è un magistrato siciliano che vive tra Procura e Tribunale, le carte da studiare e approfondire sono quelle all’interno del suo appartamento in un condominio, da dove osserva la vita dei vicini senza particolare interesse. All’uomo, che ogni mattina incontra Gianni il portiere intento a correre dietro al figlio che dimentica la merenda, che cerca di abbellire il proprio balcone seguendo i consigli della mamma per far germogliare le piante, che fuma ininterrottamente le sigarette mentre osserva lo splendido panorama della sua città, è affidato il racconto di quegli anni interpretati dai pentiti, come Vincenzo Scarantino, che il 24 maggio del 1995 conferma nell’aula bunker di Rebibbia: “Sono colpevole e ho deciso di dire tutta la verità sulla strage […] Sono stato un orsacchiotto con le batterie e costretto a prendere in giro lo Stato con le minacce”.

Il magistrato che racconta è consapevole di quanto sia difficile per un mafioso uscire allo scoperto, “c’è chi lo fa per avere un tornaconto e chi per calcolo magari sbagliato. Alcuni non rinnegano affatto il loro antico codice d’onore mentre altri si pentono davvero trovando la luce fuori dalla caverna”. Nei ventisei capitoli del testo è descritta una realtà complessa e più fantasiosa di un romanzo giallo dove a muovere le pedine di una scacchiera sono i boss come Totò Riina detto “u curtu”, che nella riunione dei primi di luglio nella villa di Calascibetta dove si stabilirono le dinamiche dell’attentato al giudice Paolo Borsellino dichiarava: “Chistu Borsellino fa cchiù danni che Falcone a Roma”, per poi ricevere l’appoggio da parte di Francesco Messina Denaro, boss di Castelvetrano, padre di Matteo detto “Diabolik”, che sentenziò: “Di Borsellino non deve rimanere niente, neanche le sue idee, deve andare nel dimenticatoio, deve morire e basta!”.

La morte dei due giudici siciliani ha aperto un importante capitolo di storia, e ancora si tenta di sbrogliare la matassa di una fitta trattativa tra Stato e Mafia. Gli uomini che hanno deciso di parlare, nonostante siano ritenuti degli “infami”, rappresentano i pezzi di un puzzle che si ricostruisce grazie allo sforzo di tanti “uomini giusti” come lo erano Falcone e Borsellino, ma che non si riesce mai a completare definitivamente. Cumuli di bugie riempiono i processi dove i collaboratori di giustizia “sono come su un palco di teatro: ripetono ribadiscono replicano confermano oppure contraddicono eccepiscono contestano dubitano […] è curioso come si possa affidare tanta responsabilità alle “propalazioni” di un solo individuo”.

Dietro ad un paravento da corsia d’ospedale hanno raccontato ciò che sapevano Fabio Tranchina, “capello fermo”, Gaspare Spatuzza, “u tignusu”, Salvatore Candura “Raskolnikov”, Vincenzo Calcara “uomo d’onore riservato del clan di Castelvetrano”, Giuseppe Mutulo, “baruni” oppure “mister champagne”, Massimo Ciancimino che parla di suo padre, l’ex sindaco di Palermo, e molti altri che furono protagonisti di quell’esplosione che il 19 luglio del 1992 squassò Palermo e tutta l’Italia civile. Paolo Borsellino era sempre stato consapevole del rischio che correva: lo ribadì pochi giorni prima quando, il 25 giugno, tenne il suo ultimo intervento pubblico dichiarando che c’erano stati tentativi seri per smantellare il pool antimafia fondato dal giudice Rocco Chinnici, ucciso nel 1983 dalla mafia e sostituito poi da Antonino Caponnetto, che confermò come collaboratori del pool Falcone, Borsellino, Di Lillo e Guarnotta.

Il magistrato spiega nelle 285 pagine del bel libro di come si sia sforzato di comprendere cosa scatta nell’animo di un assassino ed è per questo che nel suo lavoro è indispensabile discernere la menzogna dalla verità perché si tratta di una storia “di intrecci mai banali, di incredibili coincidenze [ …]ricca di anomalie, di innocenti finiti in galera e di colpevoli a piede libero. Magari è una storia dal nulla magari invece no”. È una storia studiata all’interno delle stanze del castello di Utveggio, da dove i mafiosi osservavano con un potente cannocchiale Borsellino e la sua famiglia. È da quel castello delle fiabe che si osservano i luoghi palermitani: capo Zafferano, la spiaggia di Mondello, Villagrazia di Carini,il vecchio porto di Hikkara, la torre della Monaca, il colle di Bellolampo, la Conca d’Oro di Palermo, il punto di Sferracavallu, la Resuttana, il Monte Pellegrino, per poi arrivare alle vie che hanno nascosto il segreto della strage, da via Messina Marine, dove si trovava l’autofficina che ha custodito la Fiat 126 poi riempita di tritolo, a Corso dei Mille, zona gestita da uno dei clan coinvolti nell’attentato. Secondo il magistrato le due vie “rappresentano l’anima di Palermo protesa agli orizzonti aperti del Mediterraneo e al contempo prigioniera della speculazione edilizia che negli anni di Vito Ciancimino ne ha fatto scempio e delle lotte fratricide della mafia”.

Il libro nelle ultime pagine ricostruisce l’ultimo giorno di vita di Paolo Borsellino, iniziato molto presto, come era suo solito fare. Quella mattina dedicò il suo tempo a rispondere alle domande inviate dalla preside di una scuola di Padova alla quale scrive: “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanta io e la mia generazione ne abbiamo avuta”. Mentre era intento a completare l’intervista ricevette la telefonata della figlia Fiammetta che si trovava in vacanza all’estero, per quello che fu l’ultimo saluto, mentre l’ultimo insegnamento lo rivolse alla figlia Lucia, indecisa se affrontare l’esame universitario perché in arretrato con lo studio: “Non è importante il voto ma fare il proprio dovere e portarlo fino in fondo”. Proprio come ha fatto lui nella sua vita, diventando un esempio di giustizia in uno Stato che, più che essergli riconoscente, sembra averlo solo tradito…

La Perfetta Letizia

ANAM il Blog di Paola Bisconti su LINKIESTA

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Con Scarantino il regista La Barbera mette in scena il grande depistaggio

C’è un uomo, un magistrato, che fa i conti con il proprio passato e con il passato del suo paese e va alla ricerca della verità. Ci sono i frammenti di storia tramandati da immagini televisive di trasmissioni storiche come “Il fatto” di Enzo Biagi e ci sono le udienze di uno, due o tre processi che hanno contribuito a costruire una finta verità a uso dell’opinione pubblica.
I protagonisti sono sempre in primo piano e raccontano alla nostra coscienza come in questi vent’anni la costruzione della menzogna sia stata utilizzata dallo Stato, da quello Stato che invece dovrebbe dire ai cittadini la verità.
Tutta la verità. I primi protagonisti sono le vittime: il 19 luglio del 1992, in una calda giornata d’estate palermitana, 56 giorni dopo la strage di Capaci, in Via Mariano D’Amelio esplode una 126 rossa imbottita di esplosivo e provoca una strage: muore Paolo Borsellino insieme agli agenti della scorta. Comincia in quel momento il grande depistaggio e comincia in quel momento anche una presunta caccia ai colpevoli condotta dal gruppo di investigatori guidato da Arnaldo La Barbera. Dopo qualche settimana finisce in carcere un picciotto della Guadagna, tale Vincenzo Scarantino grazie al quale i poliziotti costruiranno una finta verità che reggerà tutti i gradi di giudizio e che, dopo vent’anni grazie al racconto di Gaspare Spatuzza e in parte di Fabio Tranchina, si rivelerà completamente falsa. Perché La Barbera, poliziotto che (si scoprirà) era al soldo dei servizi, abbia fatto tutto ciò resta un mistero visto che è morto. Così come tanti sono i misteri su questa vicenda che ancora, nonostante il grande lavoro fatto dalla procura dI Caltanissetta guidata da Sergio Lari, resta da fare. Su tutta questa vicenda si snoda il racconto di Stefano Paolocci e Elena Invernizzi, nel libro “Un orsacchiotto con le batterie, il depistaggio sulla strage di Via D’Amelio” (Round Robin editore, 281 pagine, 13 euro). Un libro scorrevole e scritto come fosse uno sceneggiato e che ci aiuta a riflettere sulla nostra storia riportandoci anche episodi che avevamo dimenticato perché in quel momento ci sembravano irrilevanti e che invece oggi ci appaiono nella loro consistenza. Restano alcune domande inquietanti ma soprattutto una: perché tutto ciò è stato fatto?

Nino Amadore, messinese, lavora al Sole 24Ore a Palermo (da dove oggi ne è corrispondente) dal 2003. laureato in Scienze politiche a Messina, prima di approdare al Sole 24Ore ha frequentato l’Istituto per la formazione al giornalismo De Martino di Milano e ha lavorato in alcuni giornali di cronaca (a Milano per il quotidiano La Sicilia ha seguito le inchieste su Mani pulite e relativi processi). Ormai da dieci anni segue le inchieste sulla criminalità organizzata in Sicilia e Calabria e dal 2005 in particolare gli aspetti dell’economia criminale (l’impresa mafiosa, il riciclaggio e così via). Ha pubblicato nel 2007 il libro “La zona grigia, professionisti al servizio della mafia” prima in via sperimentale come ebook su internet e poi per i tipi della casa editrice palermitana La Zisa. In concomitanza con la presentazione di questo volume ha subito alcune intimidazioni e danneggiamenti. Ha seguito per Il Sole 24Ore la svolta contro la mafia di Confindustria Sicilia e le scelte del presidente Ivan Lo Bello e di altri imprenditori: da questa esperienza è poi nato il libro (pubblicato nel 2009 da Einaudi) dal titolo L’Isola civile, le aziende siciliane contro la mafia. A ottobre dell’anno scorso per Rubbettino ha invece pubblicato il libro “La Calabria sottosopra”, una inchiesta sulla società calabrese degli ultimi 40 anni tra politica, economia e ‘ndrangheta, un viaggio nella classe dirigente e politica di una regione che si è consegnata alla ‘ndrangheta. Recentemente ha pubblicato per i tipi di Rubbettino il libro L’Eretico, Mimi’ La Cavera
un liberale contro la razza padrona.

Il Suddista, il blog di Nino Amadore
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Un orsacchiotto con le batterie

Un orsacchiotto con le batterie

19 luglio 1992, domenica. Sono accadute molte cose, in questo giorno. Il toscano Claudio Chiappucci ha vinto la tappa odierna del Tour de France. Gianni Mineo, custode presso l’Istituto di Mineralogia, Petrografia e Geochimica dell’Università di Palermo, ha approfittato di un turno extra al lavoro per guardare la gara ciclistica in tv. Il suo sguardo è distolto solo per un istante, a causa di un rapido guizzo del sismografo. In quello stesso momento Paolo Borsellino, magistrato e procuratore aggiunto alla Procura della Repubblica di Palermo, muore in via Mariano D’Amelio a seguito dell’esplosione di circa 100 chili di tritolo nascosti in una Fiat 126 di colore rosso. Con lui muoiono gli agenti della sua scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina…
Dieci anni prima (1982) è entrata in vigore la legge 646 – nota anche come “Legge Rognoni – La Torre” – che ha introdotto nel Codice Penale il reato di associazione mafiosa. La legge è stata proposta e approvata in un tempo record, pochi giorni dopo l’omicidio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Fino a quel momento, i reati di stampo mafioso erano puniti come associazione per delinquere. Ovvero, la parola mafia non esisteva esplicitamente nel Codice Penale italiano. Dieci anni dopo Elena Invernizzi e Stefano Paolocci scrivono a quattro mani un romanzo-inchiesta che ripercorre la strage di via D’Amelio intorno alla figura chiave di Vincenzo Scarantino, “il picciotto della Guadagna”, l’uomo arrestato due mesi dopo la strage con l’accusa di aver commissionato il furto dell’automobile. L’uomo che, tra ripetute confessioni e ritrattazioni, sarà per anni la figura chiave dei processi. Il 15 settembre 1998, durante un’udienza al Tribunale di Como in cui fece la sua prima ritrattazione pubblica, denunciò di essere stato “usato come un orsacchiotto con le batterie e costretto a prendere in giro lo Stato con le minacce”. Perché “il collaboratore di giustizia quando parla, di più parla, più è credibile. Di più dice bugie, più è credibile. Se uno dice la verità non è credibile…”. Il libro si compone di singoli episodi che ruotano intorno alla figura del magistrato chiamato a revisionare le carte dei processi. Tra una chiacchierata con il portiere e il ricordo della madre ripercorre a flash gli ultimi vent’anni, saltando avanti e indietro nel tempo per ricostruire i passaggi storici e giudiziari che hanno portato lui e tutti noi, ancora oggi, al non possedere una “verità compiuta” su quanto avvenne. Di quanto accadde quella domenica restano solo le domande: chi ha rubato la Fiat 126? Attraverso quali mani e quali luoghi è passata, prima di essere parcheggiata in via D’Amelio la mattina del 19 luglio? Che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo Borsellino, contenuta in una valigetta portata via da un “uomo in divisa” pochi minuti dopo la strage? Nota conclusiva: Mariano D’Amelio, l’uomo al quale è intitolata la via in cui morì Borsellino, fu a sua volta un magistrato. Nato nel 1871 e morto nel 1943, è stato – fra le altre cariche ricoperte in vita – il primo presidente della Corte suprema di Cassazione, istituita nel 1921.

PUBBLICATO DA MARTA TRAVERSO su MANGIALIBRI

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