… e cose che invece sfuggono.

Alla Dott.ssa Maiolo sfuggono due dati essenziali.

Il primo: a differenza di quello che crede, fra tre giorni non ci sarà l’anniversario della strage di Capaci.

Testuale e ripetuto nell’articolo a sua firma che qui sotto vi proponiamo:

 

  1. “Fra tre giorni sarà l’anniversario della strage di Capaci […]”
  2. “[…] (e non oso immaginare quel che accadrà fra tre giorni, nell’anniversario della strage di Capaci)”

Il secondo dato, sempre testuale:

“… Proprio come Scarantino, che ha mandato in galera per quasi vent’anni gli innocenti che non avevano ucciso affatto Borsellino. Perché lo stato ( o una sua parte ) aveva bisogno dei “responsabili” di quel delitto.”

Si, vabbè, ma cui prodest?

Quale parte di Stato aveva bisogno dei responsabili di quel delitto?

Possibile sia stato “Il dottor Ingroia (che – N.d.A.) […] indaga per l’inesistente reato di “trattativa”?

Possibile, dott.ssa Maiolo non capire (o far finta di farlo) che è proprio nelle sue domande (ovvero nel lavoro del procuratore Ingroia) “[…] Che cosa cerca? Forse vuol dimostrare che un complotto dell’intera Prima repubblica -politici, ministri e anche il presidente della repubblica- ha fatto uccidere Borsellino perché il magistrato non voleva trattare con la mafia?” la chiave della risposta?

Anche se poi, a rispondere al mio dubbio, potrebbe già essere sufficiente la confusione geografica che fa fra Palermo e Capaci, fra il 23 maggio del ’92 e il 19 luglio di quello stesso anno.

Stato-mafia, il “pentitismo” è la chiave di tutto
Lunedì, 16 luglio 2012 – 08:39:00

Di Tiziana Maiolo

Fra tre giorni sarà l’anniversario della strage di Capaci e dell’assassinio di Paolo Borsellino a opera della mafia. Sono passati vent’anni esatti e la storia pare infinita, rinverdita oggi – dopo le indagini fallimentari “condotte” dal pentito imbroglione Scarantino – dall’inchiesta della Procura della repubblica di Palermo sulla famosa “trattativa” tra lo stato e la mafia nel 1992. Il che mi riporta alla mente prima di tutto le mie ispezioni parlamentari nelle carceri speciali di Pianosa e Asinara dove, proprio in quel periodo, negli anni 1992 e 1993, erano detenuti gli imputati di fatti di criminalità organizzata. Ho visto come vivevano, ho parlato con molti di loro.

Va detto subito che tra il 1991 e il 1992 il parlamento aveva votato una serie di leggi speciali destinate a colpire la criminalità organizzata con un rigore che non ebbero neppure le norme antiterrorismo. Ci fu una vera sospensione dei diritti fondamentali, soprattutto nei confronti dei detenuti in attesa di giudizio, nel nome della lotta alla mafia. Una mafia che lasciava ogni giorno sul terreno ( prima ancora dell’uccisione dei magistrati Falcone e Borsellino ) morti e feriti, con una virulenza che non si ripeté mai più, dopo quel periodo. Di questo sarà bene tener conto, quando si parla di “trattativa”tra lo stato e la mafia.

Così come non si può dimenticare, quando si parla dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, che cosa ha significato concretamente nelle carceri italiane la sua applicazione. In teoria consisteva nel potere, affidato al ministro di giustizia, di sospendere, nei confronti dei condannati per reati di criminalità organizzata, le prerogative previste dalla legge Gozzini, la riforma del 1986 che aveva umanizzato il carcere e posto fine alle rivolte.

Ma nei fatti il 41 bis in quegli anni, soprattutto nelle carceri speciali di Pianosa e Asinara, fu semplicemente una nuova forma di tortura legalizzata. Ho visto detenuti cui non era consentito di bere acqua potabile né di lavarsi, né di avere dei veri pasti, né l’ora d’aria né i colloqui con i parenti. Ho saputo di Totò Riina cui veniva tenuta accesa la luce in cella giorno e notte e dei tanti che “cadevano dalle scale”, che venivano tenuti segregati e che non potevano parlare neppure con il proprio legale. Anche gli avvocati subivano angherie e venivano trattati come “mafiosi”. E quei pochi parlamentari che, come me, osavano affacciarsi a quei lager, venivano ostacolati in ogni modo. Occorre ricordare che molti di quei detenuti erano in attesa di giudizio, fatto di cui pareva non importare a nessuno. Il dottor Nicolò Amato, direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, cercava di tenere in equilibrio una situazione difficile, se non disperata. E’ vero, come lui stesso ha lamentato nell’intervista di qualche giorno fa, che è stato in seguito allontanato da quel ruolo per far spazio all’ingresso del dottor Francesco Di Maggio, ma non per le ragioni che lui ritiene, e cioè per un passaggio dalla linea dura a quella morbida della “trattativa” con la mafia. Le cose non andarono proprio così.

Prima di tutto perché Amato fa torto a se stesso definendosi come una sorta di “aguzzino”, essendo invece lui sempre stato un riformatore ( benché alcune nostre discussione siano state piuttosto accese ). Ma soprattutto perché Di Maggio è stato il grande protagonista non della “trattativa”, ma dei famosi “colloqui investigativi”, quelli previsti dall’art. 18bis della legge del 1991 che consentivano a una serie di investigatori di avere colloqui personali con detenuti “al fine di acquisire informazioni utili per la prevenzione e repressione dei delitti di criminalità organizzata”.

Il famoso “pentitificio”, questo è la chiave di tutto: prendi un detenuto, lo pieghi nel corpo e nello spirito con l’applicazione del 41-bis, poi arriva il colloquio personale con un investigatore che ha il compito di trasformarlo in “pentito”, un pentito, a quel punto, disponibile a dire le sue verità insieme alle sue falsità. Proprio come Scarantino, che ha mandato in galera per quasi vent’anni gli innocenti che non avevano ucciso affatto Borsellino. Perché lo stato ( o una sua parte ) aveva bisogno dei “responsabili” di quel delitto.

Questa è la partita che si giocava in quegli anni e che vide protagonista un bravo ministro come il professor Conso, che a un certo punto decise, per motivi umanitari ( sacrosanti ) o per motivi di politica giudiziaria di non prorogare una serie di 41-bis. Spezzando così la “linea Di Maggio” che tanti danni aveva fatto. Conso, dal mio punto di vista, ha fatto bene. Se non altro perché le stragi di mafia sono terminate.

Quel che purtroppo non è terminato è il circo mediatico-giudiziario che sta crescendo ( e non oso immaginare quel che accadrà fra tre giorni, nell’anniversario della strage di Capaci ) intorno alla “trattativa” stato-mafia. Il dottor Ingroia ( che si definisce seguace di Giancarlo Caselli ), procuratore aggiunto di Palermo, ha deciso di fare lo storiografo e con un triplo salto mortale procedurale, indaga per l’inesistente reato di “trattativa”. Fa intercettare il telefono di un testimone, l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino e poi, sulla base delle intercettazioni, lo trasforma in indagato. Che cosa cerca? Forse vuol dimostrare che un complotto dell’intera Prima repubblica -politici, ministri e anche il presidente della repubblica- ha fatto uccidere Borsellino perché il magistrato non voleva trattare con la mafia?

@tizianamaiolo

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