La nausea del “costo e beneficio” della trattativa secondo Paolo Guzzanti

Vi propongo parte dell’incredibile ricostruzione che il deputato Guzzanti Paolo (sì, proprio lui!)  ha fornito a Il Sussidiario.net stamattina.

[…] Per quello che mi risulta da carte e fatti documentati, hanno a che fare con l’attività richiesta allora a Falcone da Cossiga e Andreotti e dalla Federazione russa, nel dettaglio gli allora ambasciatore e procuratore capo di Mosca. La mia opinione è che la strage di Capaci e quella di via d’Amelio siano legate a quei fatti e non a fatti di mafia pura.

[…] Bisogna risalire a quando a Falcone non venne concessa la Procura generale anti mafia perché si mise di mezzo l’allora Pci per impedirlo. Falcone venne a Roma non più come procuratore attivo, ma come direttore generale delle carceri, cioè era un semplice funzionario.  […] A quell’epoca l’ambasciatore prima sovietico e poi russo chiese l’aiuto di Cossiga perché disse che il tesoro ex sovietico, in particolare del Kgb e del Pcus, era diretto in Italia per essere riciclato.

[…] Cossiga si rivolse anche a Massimo D’Alema chiedendogli se ne sapesse qualcosa. Secondo quanto avrebbe poi detto Cossiga, D’Alema gli rispose che anche lui aveva ricevuto una offerta e l’aveva sdegnosamente respinta, ma che altri probabilmente l’avevano accettata. A questo punto Andreotti, con cui ho parlato della cosa, diede a Falcone gli strumenti diplomatici per una inchiesta in cui Falcone non aveva nessuna funzione formale, perché non era un pm indagante. Per quello che mi risulta Falcone invece chiese aiuto a un pm indagante e questo era Paolo Borsellino.

[…] Secondo i russi (il tesoro sovietico n.d.A.) è stato riciclato anche con l’aiuto della mafia; secondo Cossiga, D’Alema gli avrebbe detto che un personaggio della finanza era coinvolto e che se gli avesse detto il nome di quel personaggio, che non gli disse, Cossiga sarebbe caduto dalla sedia tanto era persona di altissimo livello e conosciuta. D’Alema smentirà queste dichiarazioni, ma rimane un episodio significativo. Era una cifra enorme, che circolò su conti correnti paralleli, si disse allora e lo disse anche Cossiga, che erano conti del Pci e delle sue propaggini. Parte dei soldi finì poi anche in Germania. Stiamo parlando di miliardi di dollari.

[…] Fu una operazione italiano-siciliana con una spartizione di profitti mai quantificati e su cui è stato steso non un velo ma una lastra di piombo. Non credo dunque a nessuna leggenda tipo le stragi e una trattativa Stato-mafia, e mi sembra tutto molto artificioso perché quando furono uccisi i poveri Falcone e Borsellino ci fu una corsa precipitosa a dichiarare che era colpa della mafia, come se si volesse coprire altro che invece c’era.

Ed è a questo punto che il grottesco si tramuta in nausea:

Personaggi come Mancino, Conso e Mori… Anche se è vero che alcuni mafiosi furono tolti dal carcere duro, bisogna capire in che modo i servizi hanno agito quando, svolgendo una attività di intelligence, si trovano nella condizione di impedire, ad esempio, una strage ulteriore evitando la perdita di vite umane. Se attraverso dei correttivi, come togliere un detenuto da un certo tipo di cella, si è arrivati al risparmio anche di una sola vita umana, se così fosse io credo che bisognerebbe guardare il rapporto costo beneficio. Impedire la perdita di vite umane togliendo da un tipo di cella dei detenuti, senza concedere loro la libertà, ecco vorrei che questo fosse detto e su questo si aprisse una valutazione, anche di tipo etico oltre che giuridico.

Troppo cruda la conta dei morti di questo fantomatico “rapporto costo beneficio”?

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