Chi ha depistato e perché?

Tratto dall’articolo di Francesco La Licata su “La Stampa” dello scorso 13 maggioImage:

Ma chi li ha uccisi, Giovanni e Paolo?
C’entra l’avversione della palude, l’ottusa difesa dei privilegi racchiusi nella via breve del «quieto vivere»?
Certo, è stata la mafia, è stato Totò Riina e la sua accolita di assassini: non v’è brandello di indagine che non confermi questa paternità.
E basta?
Sono stati i «viddani» di Corleone a farsi terroristi più efficienti dei macellai di Bin Laden? Quale maestro ha insegnato loro a sventrare autostrade ed interi quartieri? […]

E Borsellino che muore, 57 giorni dopo, in piena «trattativa» fra Stato e mafia? Pure lui con l’esplosivo, perchè non si perdesse la continuità con Capaci. Borsellino muore e lo Stato tratta sul 41 bis e sulla possibilità di instaurare una tregua con Cosa nostra.
Poi c’è la mostruosità delle indagini su via D’Amelio: due pentiti assolutamente inventati depistano e raccontano un film inesistente.
Uno di questi, Enzo Scarantino, si autoaccusa della strage. Perché?
Chi gli suggerisce la versione sbagliata?
Gli investigatori, certo. Uno di essi, Arnaldo La Barbera, il capo, è morto. Altri tre, o quattro, sono indagati ma si sa già che andranno in prescrizione. Rimarranno, dunque, inevase le domande: chi ha depistato e perché?

Sono passati vent’anni e il risultato più eclatante è un processo (via D’Amelio) da rifare, seppure quello precedente fosse stato già archiviato con una sentenza della Cassazione.
Ma forse sarebbe più giusto dire che di anni ne sono passati 23, perchè l’inizio di questo mattatoio risale al giungo del 1989 quando Cosa nostra lasciò un borsone pieno di esplosivo sotto la villa al mare di Giovanni Falcone, all’Addaura.
Fu il giudice a sentenziare che era intervenuto il «gioco grande»:
«Si è creata la convergenza di interessi tra mafia e oscuri ambienti…. Menti raffinatissime…».

La palude stava sempre immobile e osservava.

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